BRANI DA “I LAVORATORI DEL MARE” , I ed. francese 1866.
A un tratto [Gilliat] si sentì afferrare il braccio.
Ciò che provò in quel momento fu un orrore indescrivibile. Qualche cosa di sottile, di ruvido, di aderente, di gelido, di vischioso e di violento si era avviluppata nell’ombra attorno al suo braccio nudo e gli saliva verso il petto; stringendo come una cinghia, penetrando come un succhiello. [...]
Era impossibile tagliare o strappare quelle vischiose corregge che aderivano tenaci, e su diversi punti, al corpo di Gilliat. Ognuno di quei punti era centro di un dolore orribile e strano. Era ciò che proverebbe un uomo se si sentisse ingoiato contemporaneamente da infinite piccole bocche. [...]
Improvvisamente una vasta massa vischiosa, rotonda e piatta, uscì di sotto quella fessura; quello era il centro: le cinque corregge vi si riunivano come i raggi di una ruota al loro mozzo. Al lato opposto di quel disco immondo si distinguevano i principi di tre altri tentacoli rimasti nell’incavo della roccia. In mezzo a tutta quella vischiosità erano due occhi che fissavano.
Quegli occhi guardavano Gilliat. Gilliat riconobbe la piovra.
IL MOSTRO
Per credere alla piovra, bisogna averla vista. Le vecchie idre, paragonate ad essa, fanno ridere.
In certi momenti (così almeno si sarebbe indotti a credere) l’inafferrabile che ondeggia nei nostri sogni incontra, sul piano del possibile, certe calamite alle quali si attaccano i suoi lineamenti e da quelle oscure fissazioni del sonno sorgono degli esseri. L’inconscio dispone del prodigio e se ne vale per comporre il mostro.
Orfeo, Omero, Esiodo, hanno potuto creare soltanto la Chimera. Dio ha fatto la Piovra.
Quando vuole, Dio riesce sublime nell’esecrabile.
Il perché di quella volontà è lo spavento del pensatore religioso.
Essendo ammesso ogni ideale, se lo spavento può costituire uno scopo, la piovra è un capolavoro.
La balena ha l’enormità, la piovra è piccola; l’ippopotamo ha una corazza, la piovra è nuda; lo jaracacà ha un sibilo, la piovra è muta; il rinoceronte ha un corno, la piovra non ha corna; lo scorpione ha le pinze, la piovra non ha pinze; la scimmia urlatrice ha una coda che afferra, la piovra non ha coda; il pescecane ha pinne che tagliano, la piovra non ha pinne; il vampiro ha ali unghiute, la piovra non ha ali; il riccio ha gli aculei, la piovra non ha aculei; il pesce spada ha una spada, la piovra non ha spada; la torpedine ha una scarica elettrica, la piovra no; il rospo ha un suo veleno, la piovra non ha veleno; la vipera ha anche essa un veleno, la piovra no; il leone ha gli artigli, la piovra non ha artigli; il gipaete ha un becco, la piovra non ha becco; il coccodrillo ha due mascelle, la piovra è senza denti.
La piovra non ha massa muscolare, non urli minacciosi, non corazza, non corna, non dardi, non pinze, non coda che afferri o colpisca, non pinne unghiate, non spine, non spada, non scarica elettrica, non veleno, non artigli, non becco, non denti. Ma la piovra è la più formidabilmente armata fra tutte le bestie.
Che cosa è, dunque, la piovra? È una ventosa.
[...] Chi facesse un incontro simile non sia curioso: fugga. Uno entra abbagliato ed esce pieno di terrore.
Ecco che cos’è questo incontro, sempre possibile tra gli scogli d’alto mare.
Una forma grigiastra oscilla nell’acqua; è grossa come un braccio e lunga circa mezz’auna: è un cencio. Quella forma somiglia a un ombrello chiuso che non abbia manico. Quel cencio avanza verso di voi a poco a poco. All’improvviso si apre e otto raggi subitamente si tendono intorno a una faccia che ha due occhi, quei raggi vivono; vi è come un fiammeggiamento nel loro ondeggiare; è una specie di ruota che, spiegata, ha quattro o cinque piedi di diametro. Spaventosa dilatazione! Quell’oggetto si scaglia contro di voi.
L’idra avvinghia l’uomo. Quella bestia si attacca alla sua preda, la ricopre e l’avvince con le lunghe sue strisce. Di sotto è giallastra, di sopra è terrosa. Nulla potrebbe dare un’idea esatta di quell’imprecisabile sfumatura di polvere. La si direbbe una bestia fatta di cenere, che abiti l’acqua. È aracnide per la forma, camaleonte per il colore; irritata, si fa violacea. E, cosa spaventevole, è floscia.
I suoi nodi avvinghiano, il suo contatto paralizza. Ha un aspetto da scorbuto e da cancrena. È una malattia trasformatasi in mostruosità. È impossibile svellerla. Aderisce strettamente alla sua preda. In che modo? Per mezzo de: vuoto. Le otto antenne, larghe alla base, vanno assottigliandosi e terminano a foggia d’aghi. Sotto ciascuno di essi sono parallelamente disposte due file di pustole decrescenti; le grosse vicino alla testa, le piccole verso la punta. Ogni fila è di venticinque pustole; ve ne sono cinquanta per antenna e la bestia ne ha quattrocento in tutto. Quelle pustole sane altrettante ventose. [...]
Quel drago è una sensitiva.
Si tratta del mostro che i marinai chiamano “polipo”, la scienza “cefalopode” e la leggenda “kraken”. I marinai inglesi gli danno il nome di “Devil-Fish”, ossia Pesce-Diavolo. Lo chiamano anche “Blood-Sucker”, Succhiatore di sangue. Nelle isole della Manica è chiamato “piovra”. [...]
Secondo Denis Montfort – uno di quegli osservatori la cui acutissima intuizione fa scendere (o salire) fino alla passione per la magia – il polipo ha quasi passioni umane. Il polipo odia. Infatti, nell’assoluto, essere schifosi vuoI dire odiare.
Il deforme si dibatte entro una necessità di eliminazione che lo rende ostile. [...]
La piovra è come l’ipocrita. Non la si nota, quando a un tratto essa si apre. Che cosa vi può essere di più spaventoso di una vischiosità che è fornita di una volontà? Un vischio impastato di odio!
Ed è in mezzo al più bell’azzurro dell’acqua limpida che sorge questa vorace stella del mare. Non ci si accorge del suo avvicinarsi e ciò è terribile. Quasi sempre, quando la si vede, si è già afferrati. Tuttavia la notte, specialmente nel periodo degli amori, è fosforescente. Quella cosa spaventosa ha essa pure i suoi amori. Aspetta l’imene. Si fa bella, si accende, si illumina e, dall’alto di qualche scoglio, la si può scorgere lì sotto, dilatata nelle tenebre profonde come una livida irradiazione, come un astro spettrale. [...]
Non ha ossa, non ha sangue, non ha carne. È flaccida: non ha nulla dentro. È una pelle. I suoi otto tentacoli possono essere rovesciati come le dita di un guanto.
Ha un solo orifizio nel centro dei suoi raggi. È l’ano? È la bocca?
L’uno e l’altra. La stessa apertura compie tutte e due le funzioni. È l’entrata ed è anche l’uscita.
Tutta la bestia è fredda.
Il “carnaccio” del Mediterraneo è ripugnante. Contatto odioso quella gelatina animata che avviluppa il nuotatore e nella quale le mani affondano, le unghie penetrano; che si può lacerare senza ucciderla, strappare senza togliere nulla, specie di essere scivoloso e tenace che vi sfugge tra le dita. Ma nessuno stupore eguaglia quello che produce la repentina apparizione della piovra, Medusa servita da otto serpenti. Non vi è un modo di afferrare che possa paragonarsi alla stretta del cefalopode.
È una macchina pneumatica che vi assale. Si ha a che fare col vuoto munito di zampe. Non unghiate, non dentate, ma una scarnificazione indicibile. Un morso è da temere, tuttavia non come un succhiamento. L’artiglio è nulla, confrontato alla ventosa: l’artiglio è la bestia che entra nelle vostre carni; la ventosa è la bestia nella quale entrate voi stessi. I vostri muscoli si gonfiano, le fibre si contraggono, la pelle scoppia sotto un’immonda pressione, il sangue zampilla e orrendamente si mischia con la linfa del mollusco. La bestia vi si pone addosso con mille bocche infami; l’idra si incorpora nell’uomo; l’uomo si fa una cosa sola con l’idra. La tigre può soltanto divorarvi; il polipo – orrore! – vi succhia. Attrae a sé e dentro di sé la preda, e avvinti, invischiati, impotenti, voi vi sentite lentamente vuotati in quello spaventevole sacco che è un mostro.
Al di là del terribile – l’esser mangiati vivi – c’è l’inesprimibile: l’esser bevuti vivi. [...]
La scienza, secondo la sua consuetudine di eccessiva prudenza, anche di fronte ai fatti, respinge dapprima questi strani animali, poi si decide a studiarli [...] Osserva la costituzione di questi animali e li chiama cefalopodi. Ciò fatto, li trascura. Dove li lascia la scienza li prende la filosofia.
La filosofia studia a sua volta quegli esseri. Va, nel tempo stesso, più o meno lontano dalla scienza. Non li anatomizza, ma li medita. Affonda l’ipotesi dove ha lavorato il coltello. Cerca la causa finale: profondo tormento del pensatore. Quelle creature quasi lo inquietano: perché pensa al Creatore! Esse sono le sorprese ripugnanti, i guastafeste del contemplatore, il quale constata sbigottito la loro presenza. Esse sono le forme volute del male. Che atteggiamento assumere di fronte a quelle bestemmie della creazione contro se stessa? Con chi prendersela?
Il possibile è una matrice formidabile. Il mistero si fa concreto ricorrendo ai mostri. [...] Sono qualche cosa di simile a tenebre fattesi bestie. A quale scopo? A che serve tutto ciò? Ripresa dell’eterna domanda.
Quegli animali sono fantasmi non meno che mostri. Sono definiti e non provabili. Essere è il loro fatto; non essere sarebbe il loro diritto. Essi sono gli anfibi della morte. La loro inverosimiglianza complica la loro esistenza. Confim1no con le frontiere umane e popolano i limiti chimerici. Voi negate il vampiro e compare la piovra. Il loro pullulare è una certezza che scombussola la nostra sicurezza. L’ottimismo, che pure è la verità, si smarrisce dinanzi ad essi. Sono l’estremità visibile dei circoli neri. Segnano il punto di transizione dalla nostra a un’altra realtà. Sembra che appartengano a quel principio di esseri terribili che il pensatore confusamente e indistintamente scorge attraverso lo spiraglio della notte.
[...]
La bestia feroce delle anime è stata denunciata da due visionari: uno si chiama Giovanni, e l’altro si chiama Dante.
Se infatti i circoli dell’ombra continuano indefinitamente, se dopo un’anello ve n’è un altro,se questo aggravamento persiste in una progressione senza limiti, se questa catena (che per parte nostra siamo risoluti a mettere in dubbio) esiste, è certo che l’esistenza della piovra a un’estremità prova quella di Satana all’altra.
Il malvagio che sta a un estremo è infatti prova di una malvagità che sta all’altro.
Ogni bestia cattiva, come ogni intelligenza perversa, è una sfinge.
Sfinge terribile che propone il terribile enigma: l’enigma del male.
È questa perfezione del male ciò che, talvolta, ha fatto chinare grandi spiriti verso la credenza nel Dio duplice, verso il tremendo bifronte dei manichei.
Nel nostro mondo crepuscolare, questa fatalità dell’ordine produce dei mostri. Voi domandate: a quale scopo? Eccovelo detto.
È una spiegazione? È una risposta alla domanda? Ma, allora, perché non un altro ordine? La domanda sorge di nuovo.
Viviamo, sia pure.
Ma facciamo in modo che la morte sia un progresso per noi. Aspiriamo a mondi meno tenebrosi.
Seguiamo la coscienza che là ci conduce.
Perché – non dimentichiamolo mai – il meglio. non può essere scoperto se non dal migliore.
((Oscar Mondadori, 1995, trad. Giacomo Lanza, pubblicato per gentile concessione dell’ufficio diritti Mondadori. Le parti in neretto sono della redazione)





