Due capitoli di Parola di Paul, tra cui il secondo, che qui anticipo, si aprono con una citazione da poesie di Wisława Szymborska. Sono le uniche due poesie che ho usato e citato, forse perché sono molto più lettore e frequentatore di narrazioni e saggi, forse perché dopo averla ascoltata da vivo nel 2007 e aver cominciato a leggere le sue poesie, l’ho sentita subito vicina, capace di attrarmi, di parlarmi, di regalarmi nuovi punti di vista e pensieri.
La raccolta di tutte le sue poesie, dal 1945 al 2009, La gioia di scrivere, è per me un libro prezioso, da cui attingo letture, osservazioni, emozioni. Per questo, durante la scrittura del mio libro, mi è tornata alla mente qualcuna delle sue immagini, e l’ho fatta mia.
Wisława Szymborska se n’è andata il primo febbraio del 2012, a 89 anni. Si era già preparata, nel lontano 1962, un epitaffio che condensa in pochi versi il suo modo di essere al mondo e quello di lasciarlo: “Qui giace come virgola antiquata/ l’autrice di qualche poesia. La terra l’ha degnata/ dell’eterno riposo, sebbene la defunta/dai gruppi letterari stesse ben distante. /E anche sulla tomba non c’è niente/ di queste poche rime, d’un gufo e la bardana./ Estrai dalla borsa il tuo personal, passante,/ e sulla sorte di Szymborska medita un istante.“
Ironia e umiltà erano tra le caratteristiche principali della poetessa polacca che considerava la sua vita divisa in due parti, prima e dopo la tragedia, dove per tragedia intendeva l’assegnazione, nel 1996, del Premio Nobel per la letteratura: tragedia perché l’aveva fatta diventare troppo famosa e ne aveva distratto troppe energie, per rispondere, quasi sempre di no, alle centinaia di interventi e di interviste.
“E’ una poetessa che rimette al mondo le parole”, ha detto Roberto Saviano, che l’ha ricordata nella puntata di Chetempochefa (Raitre) del 5 febbraio. Lascio a lui, che l’ha fatto benissimo, il compito di ricordarla a chi la conosceva già e di presentarla agli altri.






