Fernando Muslera, portiere della nazionale uruguaiana, è l’eroe del giorno, dopo la vittoria contro l’Argentina, nella Coppa America 2011.
Era febbraio, quando l’ho incontrato a Formello, dopo un allenamento della Lazio, per fargli alcune domande sul mestiere di portiere e il suo rapporto con l’istinto animale. Quando gli ho posto la prima domanda, scoprendo subito il gioco, non mi aspettavo che si sarebbe divertito all’idea di considerare la parte animale e istintiva del portiere e ne sarebbe venuta fuori un’intervista, di una buona mezz’ora, del tutto insolita, sulla sua esperienza sportiva.
L’idea originaria, lo scopo della chiacchierata, era quella di partire dal polpo Paul, dal racconto fantastico della sua origine elbana e e dal romanzo che sto scrivendo, dal titolo provvisorio “PAROLA DI PAUL. Vite, storie e pensieri di un polpo preveggente”. Paul, in questa storia, non sarebbe altro che il prodotto di una metamorfosi: prima di essere polpo era stato il giovane portiere di una squadra dell’isola d’Elba, soprannominato “La piovra”.
Sto provando – così è iniziata l’intervista – a immaginare un personaggio che è un portiere ma è destinato a diventare un animale. Secondo te, quanto c’è di animale in un portiere?”
“Tanto. Secondo me il portiere deve essere un po’ pazzo, deve buttarsi a terra, magari rischia di essere colpito da un giocatore, ma il portiere deve avere ugualmente quella pazzia di buttarsi a testa bassa ovunque, ci sia una mischia o no. Se vogliamo ragionare in termini percentuali, direi che, rispetto ai giocatori, il portiere ha un ottanta per cento di animalità, i giocatori il venti.
Se usiamo la metafora dell’animale la palla è certamente una preda: dove va, bisogna prenderla e farla nostra. L’animale attacca per istinto la preda, il portiere lo fa con la palla, più che i giocatori.”
C’è una forza magnetica che unisce il portiere e la palla?
“Dipende dalle partite. Non so se è davvero così, se c’è un vero magnetismo, ma a volte lo senti proprio così, già all’inizio della partita. Ci sono momenti in cui vedi che dove tirano la palla ti arriva addosso, dove sei tu va la palla. vuol dire che sei tu la calamita che quella è la tua giornata, che c’è il magnetismo giusto, dalla persona alla palla.“
C’è un’altra cosa che può riportarsi a qualcosa di animale: l’istinto e il senso della posizione.
“Questo l’ho imparato qua in Italia: la posizione del corpo sul terreno, tante tecniche di cui hai bisogno in ogni momento della partita, il movimento di un piede, la posizione sui cross, sul tiro. Se ci hai lavorato bene in allenamento, ti vengono istintive. Il corpo e il cervello vanno insieme, a partire dalla mano. Se tu sai che col corpo stai messo bene, con la testa puoi andare oltre.“
Scusa, ma riparto ancora dal polpo. Una parte di movimenti del polpo non partono dal cervello centrale, ma direttamente dagli arti. C’è qualche parte del corpo, anche nell’animale-portiere, che decide da sé? C’è qualche volta in cui tu stesso sei stato sorpreso da quello che hai fatto?
“Sì, c’è stata una partita con l’Inter, che abbiamo vinto l’anno scorso. In una parata io la palla non l’ho proprio vista, ma il ginocchio l’ho alzato e la palla mi ha preso, quindi secondo me la gamba l’ha vista più di me, da quella parata sono rimasto un po’… sorpreso. Non capivo come avevo parato, perché sinceramente io con un tiro da quella distanza ravvicinata non potevo fare il movimento giusto con la gamba, secondo me è stata la gamba che ha fatto da sola.”
E lo stesso è per le mani? Anche loro sanno da sole cosa fare?
“Non c’è il tempo per pensare, è la vista che sta sulle mani. Se tu vedi dove va la palla, l’istinto sa dove mettere la mano. Non so se mi viene da pensare: ‘adesso che la palla è rasoterra, devo andare lì con la mano’. Come vedi partire la palla la mano ci va da sola. Non hai bisogno di pensare come metterla. “
Un’altra cosa con cui i portieri (ma anche gli animali) hanno a che fare è la paura. Come la vinci?
“La vinci andando senza pensare a quello che può succedere. Ci sono tanti tipi di paura: paura di un contrasto, paura dei pensieri. Ad esempio la paura del contrasto, di buttarti con la testa senza avere timore di niente, la paura te la togli buttandoti, provando una volta, provando due, e vedi che se la vinci, ovviamente avrai sempre un po’ di spirito in più. Serve essere aperti, continuare senza tirarsi indietro, perché se resti con la paura ti faranno sempre gol, perché sanno che tu non sei un uomo di contrasto. Poi l’altro tipo di paura è quella che ti arriva dal giudizio degli altri. Non devi abbatterti quando sbagli, per quello che dicono le persone. Il portiere è uno che vive da solo in mezzo al campo. Vive un altro tipo di calcio, perché può prendere la palla con la mano. Quei tipi di paura li puoi vincere solo con la tua personalità e con la testa.”
Ci sono particolari che ti sembra di avere vinto e superato con l’esperienza?
“Ce ne sono state tante, e non ne ho mai parlato con gli altri, perché queste uno se le tiene dentro per superarle. Poi allenandomi e provando le ho sempre superate. La cosa bella del portiere è che ogni giorno ha qualcosa di nuovo da imparare, da fare. Magari ti togli cinque o sei paure che avevi e te ne vengono altre due o tre, perché ci sono circostanze nelle partite in cui non sai come devi reagire. Secondo me è uno dei ruoli più belli del calcio. ”
Qual è la paura sui calci di rigore?
“Io lì non penso a niente e guardo il giocatore perché ogni tanto con lo sguardo o con la posizione del corpo puoi capire dove tirerà. Guardo come sta sul campo, poi vado dove ho più fiducia in quel momento. Lì paure sicuramente non ci sono, perché io mi dico sempre: il portiere, in un rigore non ha nulla da perdere e tutto da guadagnare, perché se il giocatore calcia bene è stato bravo lui, se lo pari sei stato bravo tu.”
Come hai sentito che dovevi fare il portiere?
“In realtà da piccolo mi hanno messo in porta e non mi piaceva. Ogni volta che entrava la palla piangevo, piangevo tanto, non mi piaceva, non mi piaceva, finché, e quella è stata una della paure che mi sono tolto, a furia di giocare ha cominciato a piacermi. Ero io ad andare lì, ero un po’ testone, andavo sempre in porta, finché ti abitui e la prendi. A un certo punto ho capito mi sentivo di stare lì e che ero nato per stare lì.”
Quanti anni avevi?
“Quindici, avevo provato anche a giocare in campo, ma non era uguale, mentalmente non mi sentivo alla stessa altezza, quindi…mi sono messo in porta e lì mi sento molto più tranquillo, anche se è il posto più complicato dove stare.“
Si parla della solitudine del portiere. Cosa pensa il portiere quando il gioco è lontano?
“Tante cose, tante davvero. Stare in porta ti dà anche il tempo di pensare alla famiglia, a quell’azione che hai fatto prima, a capire cosa può succedere dopo quella giocata, se un calcio d’angolo è a favore nostro, cerco sempre di capire come gli altri possono ripartire. Hai cose da dire, che vedi nel gioco e che puoi trasmettere agli altri, ma il portiere la solitudine la vive soprattutto pensando a quello che può fare o che può dire ai suoi compagni.”
In qualche modo ha la visione più ampia degli altri?
“Sì, ce l’ha. Ha una visione più ampia di tutti gli altri e ha il tempo di vedere come si sta gestendo la palla, come si stanno facendo le marcature, quale avversario è da solo, cosa si può fare. Poi magari uno non lo dice in campo, perché i giocatori non lo sentono, con l’adrenalina che hanno, ma finito il primo tempo, quando hai spazio per parlare con loro glielo dici. Se il portiere vede qualcosa deve dirlo, io personalmente ai miei compagni lo dico senza problemi.“
Nel mio racconto parlo del record di inviolabilità di un giovane portiere, a te è capitato di avere lunghi periodi senza gol?
“Sì, nel mondiale. Sono stato l’ultimo portiere a prendere un gol, ho fatto tre partite e 67’ senza gol. Ho battuto Mazurkiewicz, l’unico che aveva fatto 3 partite e 60’, io l’ho battuto per sette minuti.“
Che cosa scatta in quelle partite? Il record aumenta la responsabilità o la fiducia in se stessi?
“Tutte e due, io sentivo la responsabilità di esserci sempre e la forza di dire: “Se sono tre partite senza gol, possono essere quattro”, entravo in campo con tutta un’altra testa e per tutto quello che si crea nell’ambiente. Gli avversari ti guardano in modo diverso e ci sono tante cose che ti danno la fiducia per continuare a cercare il record. e questo mi ha dato gioia e fiducia.“
Quando sei in quella situazione, conti i minuti che scorrono.
“Anche se non ci pensi, se dici che non ti importa niente, tu entri sempre con quella idea, a tutti piace avere un record. Sono obiettivi personali.che magari non lo sai ma li hai. Gli obiettivi per un portiere sono pochi, non puoi darti una meta ogni anno, tipo parare trecento gol. Sono piccoli obiettivi, quelli di restare tante partite o tanti minuti senza gol, è la cosa più bella.“
Mondiali vuol dire anche polpo Paul. Se ne parlava tra voi?
“In ritiro si vedeva tutto, dalla tv e dai giornali abbiamo saputo di Paul. Prima si diceva che gli mettevano da mangiare solo dove doveva andare, poi hanno fatto vedere che non era così, che sceglieva lui, sinceramente il mistero è rimasto. Certo, quando è passata l’Olanda l’abbiamo mandato un po’ a quel paese. Del pronostico del terzo posto per la Germania, contro di noi l’abbiamo saputo solo dopo, per fortuna. E anche se lo sapevamo non potevamo fare niente, se andare ad ammazzarlo là…o che altro fare. Comunque di questo polpo si parlava tanto, anche tra noi.”
Si parla di “tuffo” del portiere. Ha qualcosa a che vedere coi tuffi in mare?
“No, non c’entra niente. A me piace il mare perché il nostro paese è sulla costa, ma il tuffo è diverso. Semmai ci sono certi momenti in cui hai l’impressione di volare. Generalmente quando ti tuffi sai che vai subito a terra, per come è fatta la gravità. Poi senti che voli, puoi fare una cosa bellissima, ma poi cadi a terra con una forza bestiale. Però in certi momenti senti che salti più in alto possibile, ti senti più lungo e ti sembra di volare. Quando con un tuffo riesci ad allontanare una palla impossibile dallo specchio della porta, senti che hai volato.”




